L’esperienza e l’autorevolezza del direttore sono un presupposto di libertà per un giornale
Pastorino: Intervistiamo questa volta una firma storica del nostro giornalismo finanziario, Osvaldo De Paolini, direttore di Milano Finanza, è probabilmente il numero uno fra i giornalisti economico finanziari. Comincerei questa chiacchierata partendo da una domanda molto precisa e importante: è possibile dire che il giornalismo finanziario ha una missione? E se è possibile, qual è questa missione?
De Paolini. Intanto preciso subito, non è che io sono il numero uno, diciamo che sono il più vecchio giornalista finanziario ancora operativo tra i grandi nomi che negli anni ’70, ‘80 e ‘90 hanno fatto questa professione; e quando io ho iniziato nel 1976 l’informazione finanziaria era poco più di una mezza paginetta sull’allora Il Sole 24 Ore, che era poco più di un mercuriale. Proprio questo discorso mi induce a dire che è una vera e propria missione, che in parte con tutte le sue pecche e tutte le sue critiche ha già assolto.
Quando io ho cominciato a fare questo mestiere nel 1976 non si entrava nelle assemblee delle società, il giornalista era letteralmente preso a calci nel sedere, e allontanato talvolta in malo modo dalla sicurezza. Noi non ricevevamo i bilanci, dovevamo rubarli nell’anticamera dell’amministratore delegato o di altri manager, non esistevano gli uffici di comunicazione, non c’erano i portavoce, e ottenere informazioni era una avventura.
Emilio Mora, che è stato il decano del giornalismo finanziario in Italia e per tanti anni ha seguito la “Lettera al risparmiatore” sulla prima pagina de Il Sole 24 Ore, riusciva ad avere i bilanci mesi dopo soltanto perché aveva degli amici nelle società.
Il giornalismo finanziario ha aiutato a rompere questa incapacità delle aziende di comunicare anzi di comprendere l’importanza della comunicazione finanziaria nel loro stesso interesse. E quindi siamo passati dalla fine degli anni ‘70 quando non si riusciva ad avere le informazioni (ciò che si scriveva era frutto della capacità del giornalista di reperire informazioni e notizie), a una situazione nella quale addirittura c’è una esasperazione e esagerazione nell’informazione fornita. Adesso la missione è diversa, si tratta di riuscire a far capire al lettore quali siano le informazioni corrette e quali invece le informazioni che si possono tralasciare, ma che le aziende spesso danno in grande numero e in grande abbondanza proprio per confondere le idee.
Pastorino. Questo discorso introduce la figura degli uffici stampa e comunicazione che sono diventati ultimamente, non solo in Italia, quasi un ostacolo o comunque un filtro alla trasparenza, nel senso che orientano la comunicazione e purtroppo molti giornalisti su questo si sono un po’ adagiati. Non hai la sensazione che la comodità del “copia e incolla”, del fatto che dall’altra parte c’è l’amico che predigerisce le cose tolga un po’ il mordente all’informazione finanziaria, o è solo una mia impressione?
De Paolini. No, non è un’impressione, è la realtà, è una percezione molto diffusa. Il comunicatore così come lo intendiamo oggi (devo dire anche che in circolazione ci sono molti buoni comunicatori) che sta sia all’interno della società sia nelle società di comunicazione che sono cresciute a lato delle società quotate, è diventato un personaggio molto importante dal quale non si può prescindere, e i giornalisti non possono ignorare questa situazione.
Però per capire come si articola questo rapporto, e perché i giornalisti a volte sono un po’ troppo “piegati” sulla comunicazione fatta dai portavoce, ricordo che l’esigenza del portavoce in azienda negli anni ‘80, e poi di società specializzate nella comunicazione negli anni ‘90, nacque perchè alcuni giornalisti erano in rapporto di collaborazione o anche di amicizia con amministratori o direttori generali delle aziende più lungimiranti e capaci di capire l’importanza della comunicazione proprio per l’azienda stessa. Da questi manager ottenevano informazioni sulla società ma non potevano rivelare la fonte, e quindi il portavoce nasce per “vestire” di una patente di autenticità quelle informazioni che il giornalista ha ottenuto e riportato sul giornale. Questo è quello che accadeva alla fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80: quando si avevano certe informazioni non sempre si poteva raccontare l’informazione esatta altrimenti si sarebbe dovuto rivelare la fonte, e questo avrebbe interrotto un certo rapporto che poi di fatto consentiva di ottenere il flusso di informazioni necessario a fare informazione.
Quindi la società di PR come la conosciamo adesso nasce, mutuando l’esperienza americana, con la funzione di mediare e di consentire all’amministratore delegato di arrivare comunque al giornalista, per impedire che certe informazioni vengano comunicate al pubblico in modo distorto o magari “perversamente” non verosimile.
Con questo intendo dire che talvolta qualche giornale utilizza informazioni verosimili a fini propri o addirittura nell’interesse di altre aziende concorrenti. Addirittura a volte certe informazioni arrivano direttamente dall’azienda concorrente, che è una delle nostre fonti.
Col tempo purtroppo, e con una maggiore presenza dell’editore nelle redazioni (perché questo è vero oggi rispetto a un tempo) il giornalista si è un po’ adagiato sull’informazione che gli passa il portavoce o l’agenzia di comunicazione e sta diventando quasi impossibile in certe situazioni arrivare all’amministratore delegato, avere cioè qualcosa in più da raccontare.
Ecco quindi che passa quest’informazione già “omogeneizzata”, priva di quelle spigolature che consentirebbero al pubblico dei lettori di capire l’esatta situazione di un’azienda, per cui alla fine troviamo su certi giornali degli articoli che sono la fotocopia dei comunicati delle aziende.
Perché ormai da una parte il controllo dell’editore, dall’altro l’autocensura dei giornalisti e dei direttori, che credono di scontentare l’editore se compare una certa notizia, riduce l’informazione a una “melassa” che non dà assolutamente la visione di quello che è la realtà dell’azienda, o del mercato in quel momento. Io mi permetto di dire questo perché ritengo che il giornale che io dirigo sia assolutamente libero nell’informazione che offre ai suoi lettori quotidianamente.
Pastorino. Qui hai introdotto involontariamente uno dei temi di questa nostra conversazione che è quello dei vincoli. Altri tuoi colleghi, in misura variabile a seconda delle testate in cui lavorano, hanno evidenziato questi due vincoli:
• l’editore, in un paese come l’Italia nel quale editori puri praticamente non ce ne sono,
• l’insieme degli inserzionisti pubblicitari.
Evidentemente in una realtà in cui l’edicola non copre i costi di un giornale e la pubblicità copre il 50% o più di questi costi, anche l’inserzionista diventa un “editore occulto”. Questo è stato citato da molti come il vincolo o i vincoli con i quali i giornalisti devono fare i conti tutti i giorni nello svolgere il loro lavoro.
La domanda a te, che sei uno spirito più libero e hai lavorato per più testate, è: questi vincoli sono veramente così forti e così quotidiani e sistematici da impedire di fare un certo tipo di informazione, oppure ci sono ma non sono così opprimenti e quindi finiscono per diventare un alibi?
De Paolini. I giornali per i quali io ho lavorato sono Panorama, Il Mondo, Espansione, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, GenteMoney, Finanza e Mercati e Milano Finanza. Uno l’ho fondato, altri li ho diretti, in altri ho avuto elevati carichi di responsabilità, ad esempio a Il Sole 24 Ore sono stato fondatore e direttore del secondo dorso finanza e mercati.
Quindi posso dire di avere una certa cognizione di questi problemi. Direi una bugia se dicessi che la pubblicità non influisce, direi una bugia se dicessi che gli editori non influiscono. Ci sono però due dighe che possono opporsi quasi efficacemente a questi due vincoli come li hai chiamati tu.
Il primo è l’autorevolezza del direttore, e se mi è permesso dire, anche l’età del direttore. Sento dire che nei giornali oggi ci vogliono forze nuove, giovani, giovanotti che lavorano molte ore… per carità è vero che questo serve. Però io considero anche che il numero di esperienze che hai avuto nella tua storia professionale, gli scontri, i confronti anche dialettici sull’uso e sulla difesa rispetto alla pubblicità aiutano ad essere più forti e a dire quello che va detto al momento giusto.
Con questo non voglio dire che sono meglio i direttori vecchi di quelli giovani, per il fatto di essere vecchi, perché direi una fesseria. Diciamo che una combinazione delle due cose, età e autorevolezza, dà più garanzia anche al lettore.
La pubblicità incide e molto, soprattutto da un po’ di anni a questa parte, da quando si è dovuto constatare che il conto economico più che dalle copie vendute è formato dalla pubblicità venduta, quindi indubbiamente questo è un vincolo forte.
Però anche qui dipende da come ti rapporti alla pubblicità. Io per esempio da direttore, ormai da molti anni, ho imparato una cosa: quando l’editore mi chiede di favorire un incontro fra un potenziale inserzionista e il direttore della nostra concessionaria, mi limito a creare l’incontro e lì mi fermo. Poi facciano loro.
Anzi, in realtà io all’imprenditore dico apertamente che non voglio la sua pubblicità, perché non m’interessa perché il mio mestiere è fatto di altro. Però, se mi accorgo che una testata mia concorrente viene riempita di pubblicità non sulla base della sua maggiore efficacia in termini di numero di copie, ma solo a evidente titolo di sostegno, allora considero questo sostegno come un fatto improprio, come un atto di ostilità nei confronti del mio giornale.
E siccome la carta costa, e siccome i giornalisti non lavorano gratis, e siccome questo mestiere viene fatto nell’interesse di tutti i lettori, le aziende devono essere consapevoli che non possono permettersi di ignorare determinate testate senza avere una motivazione precisa. Quindi io dico sempre che chi fa pubblicità deve usare uno stile molto equilibrato nel decidere le proprie campagne per evitare di entrare in collisione con chi fa informazione, perché non tutti usano gli strumenti a loro disposizione senza violare l’etica professionale, e alla fine si possono creare situazioni di grande imbarazzo.
Gli editori. Qui la chiarezza va fatta sin dai primi giorni. Quando il direttore fa un contratto con l’editore deve dire con grande trasparenza quali sono i limiti che lui pone… perché di norma sono gli editori che pongono limiti al direttore. Questo invece deve avere il coraggio, e io l’ho fatto con Paolo Panerai, di dire ” il giornale lo dirigo io”, concordo la linea, però poi guai se l’editore interviene sulle singole questioni. E devo dire che in due anni che ho diretto Milano Finanza mai, salvo forse un caso che poi era frutto di un equivoco, Panerai è intervenuto, e quindi tutto ciò che di buono e meno buono è comparso sul giornale è opera mia e me ne assumo la responsabilità. Però so che altrove le cose non stanno così, e i giornalisti guardano molto quello che fa direttore, si accorgono del rapporto che c’è fra direttore e l’editore. Se i giornalisti si sentono liberi e scrivono cose che altri giornali non scrivono è perché vedono nel loro direttore una diga, una barriera.
Al contrario, se il direttore non ha questa funzione di “diga”, ecco che contribuisce alla nascita dell’autocensura nel singolo giornalista che si occupa della tale azienda o del tale fatto economico.
Pastorino. Però Osvaldo, tu sei in una situazione particolare nel panorama italiano perché Panerai è uno dei pochi editori puri…
De Paolini. Io nego questa cosa, perché io ho passato 21 anni a Il Sole 24 Ore e ho avuto come direttore quello che considero il più grande direttore di giornali economici, Gianni Locatelli, che mi ha insegnato questo mestiere nel modo migliore, e io credo di avere raccolto la parte buona della sua attività.
E io ho visto Gianni Locatelli che, pur dirigendo Il Sole 24 Ore non ha esitato quando è stato il momento a attaccare violentemente e in prima persona la Fiat, che fino a metà degli anni ‘90 era di fatto l’azionista di maggioranza relativa della Confindustria. Non ha esitato, di fronte ad alcune operazioni dubbie che ledevano il mercato, a sollevare il problema e dire le cose come stavano. Questo vuol dire che si può, però allo stesso tempo bisogna dire che Gianni Locatelli aveva alle spalle 10 anni di storia quando ebbe questo scontro diretto con Romiti.
Fu uno scontro che durò mesi e alla fine vinse Gianni Locatelli perché aveva dalla sua la forza di una redazione che era cresciuta bene e lo sosteneva, e di altri imprenditori ai quali lui aveva fatto capire che quella era la direzione giusta perché il giornale non soffrisse e continuasse a essere uno strumento veramente utile per tutti gli imprenditori.
Questo significa che anche quando le pressioni sono tante e sono forti la difesa dell’autonomia costruisce l’autorevolezza e quindi il valore del giornale. Il Sole 24 Ore diretto da Gianni Locatelli se lo ricordano tutti gli imprenditori come un giornale di grande valore non solo negli articoli di Locatelli ma in tutte le sue parti, e questo vuol dire che quello era un giornale autorevole nonostante un editore molto complicato da gestire.
Pastorino. Quindi il direttore è l’anima del giornale…
De Paolini. Non c’è dubbio, non c’è redazione forte che tenga se il direttore non è un direttore forte, con un’etica che magari ha imparato sul campo. Io ho avuto un incidente di percorso 18 anni fa che mi ha insegnato quale fosse la strada giusta per fare questo mestiere, e oggi sono considerato uno dei direttori più rigidi, dei più rigorosi, e anche per così dire con un “caratteraccio” che io in realtà uso come uno scudo aggiuntivo.
Pastorino. Un altro tema sul quale mi interessa il tuo punto di vista è la distinzione fra il giornalismo di servizio e il giornalismo di inchiesta, per usare un termine ampio. Alcuni tuoi colleghi, e forse anche le statistiche, dicono che in realtà il lettore cerca più il giornalismo di servizio, che qui a Milano Finanza è coperto bene, rispetto invece a un giornalismo più di inchiesta, più di ampio respiro, che racconta magari aspetti macro e analizza scenari. Intanto ti chiedo se secondo te questo è vero in assoluto oppure è vero perché il giornalismo di inchiesta ha perso le sue caratteristiche migliori, ed è un po’ spuntato.
E quindi il giornalismo di servizio è più letto perché non ci sono alternative migliori.
De Paolini. Sono due cose diverse che però poi magari a volte trovano degli importanti punti d’incontro. Dico subito che il giornalismo di inchiesta così come era inteso un tempo, diciamo negli anni ‘60 negli anni ‘70, era possibile solo perché i giornali non guardavano il conto economico o perché avevano sostegni pubblici, o perché gli editori pur di avere un giornale erano disposti a fare fronte alle perdite. Per cui i giornali avevano molti più denari e potevano permettersi di distaccare uno, due, tre giornalisti per giorni o settimane e quindi si potevano fare lavori anche molto interessanti. Questo è un po’ quello che fa l’Economist, con 80 giornalisti e sette grafici. Ma a parte loro tra i nostri giornali solo pochissimi possono permettersi di distaccare dei giornalisti dalle redazioni…
Comunque in ogni caso io le vere grandi inchieste non le vedo più. Ma d’altro canto le grandi inchieste erano solo le inchieste di denuncia. In un periodo in cui l’informazione è povera e omogeneizzata, controllata da editori sempre più presenti in redazione, controllata da una pubblicità che come dicevo prima può ricattarti a ogni piè sospinto, e devi lavorare sodo per difenderti da questi problemi, fare inchieste magari scomode diventa molto più complicato.
Il giornalismo di servizio, invece, è una cosa che accontenta tutti e soprattutto appaga una popolazione che non ha mai avuto una vera educazione finanziaria, perché a scuola non ti dicono niente e arrivi a dover gestire i tuoi risparmi senza sapere niente. D’altronde iniziative educative anche interessanti e ben fatte negli anni ‘80 non ebbero alcun successo: io ricordo una serie di corsi serali organizzati da Borsa Italiana nei quali si spiegava cos’era la borsa, i mercati ec., con noi giornalisti economici che davamo il nostro contributo di esperienza e conoscenza, ma che erano frequentati da poche decine di persone.
Il risparmiatore vorrebbe poter andare in banca e trovare allo sportello qualcuno che lo aiuta veramente a gestire il suo portafoglio; poi, soprattutto in occasione di crisi come questa che stiamo vivendo, si rende conto che questo non succede e quindi alla fine per cercare di capire qualcosa gli rimane giusto il giornalismo di servizio.
D’altro canto, il giornalismo cosiddetto di inchiesta in realtà non esiste più… una grande inchiesta, con tutti i limiti del caso, è “Gomorra”, il libro di Saviano, che è una grande inchiesta sulla camorra. Ma per scriverlo ci ha messo un anno. Come è pensabile che un giornale possa permettersi di fare queste cose? Un giornale oggi non può più permettersi di pagare il Moravia di un tempo, quindi la grande inchiesta non esiste più.
Invece il giornalismo di servizio continua a esistere, ed è utile non soltanto nella finanza ma in tutti i settori. Il problema è che i giornali generalisti non hanno ancora capito che servizio offrire ai loro lettori, questo il problema. E questo spiega perché i giornali generalisti oltre alle notizie non riescono a dare altro.
Pastorino. Ma non è che nel giornalismo di servizio si annida anche il rischio di conflitto di interessi, di “inciucio”, di marchetta…
De Paolini. Certo, finora abbiamo parlato del giornalismo di servizio come categoria e non della qualità. Il servizio non è una cosa facile da fare usando i criteri del giornalismo tradizionale perché fare articoli di servizio è faticoso e anche noioso. Quindi, spesso, il giornalista ci mette poca passione e poco cuore e si adagia facilmente su quello che gli viene raccontato e detto da parte degli uffici stampa. Poi ci sono le società che sono molto presenti e insistenti, anche in modo esagerato a volte, e alla fine, per esasperazione, il giornalista si lascia un po’ andare.
Diciamo che il giornalismo di servizio è una bella idea che però difficilmente si trova realizzata in modo efficace, come lo vorrebbe un lettore che sta cercando un’informazione autentica.
Per dirla tutta bisogna aggiungere che dovendosi fare dei grandi tagli sui costi, si tende a spendere sempre meno per i giornalisti, si prendono giornalisti giovani, stagisti, e talvolta gli si fanno fare cose per le quali anche loro non sanno da che parte cominciare. Alla fine della giornata ci si ritrova davanti un pezzo che non è qualitativamente sufficiente ma che tu infili nel giornale per disperazione… il taglio dei costi porta inevitabilmente a un abbassamento della qualità.
Il problema è che di fronte a questa bassa qualità si finisce a pensare male anche quando pensare male è sbagliato perché il giornalista ha fatto quel pezzo non perché è stato “lisciato”, ma perché non è sufficientemente competente.
Pastorino. Un ultimo argomento, che sta a cuore anche a te visto che ne abbiamo parlato più volte: la relazione che c’è fra i giornali di carta, dei quali abbiamo parlato fino adesso, e i new media, soprattutto quello che viene chiamato “giornalismo partecipativo” che si esprime soprattutto attraverso i blog.
Molti di questi non hanno alcun valore, mentre ce ne sono moltissimi altri di un elevato livello qualitativo che diventano un’integrazione importante a quella che per molti è l’unica informazione di qualità cioè quella dei giornali tradizionali.
Questi new media esercitano anche una pressione competitiva sulla stampa tradizionale… come vedi tu la relazione tra i giornali e i new media dal punto di vista del lettore. Cioè, il servizio che arriva al lettore potrà un giorno prescindere dal giornalismo cosiddetto “di qualità”?
De Paolini. Questi blog di qualità sono straordinariamente utili è inutile negarlo. Io non sono un grande frequentatore ma quelle poche volte che mi capita di leggerli ci trovo magari sei fesserie, due idee giustissime e due idee o interpretazioni alle quali proprio non avevo pensato.
Quindi, stiamo parlando di una grande utilità informativa. Credo però che un’informazione gestita esclusivamente attraverso questi strumenti difficilmente possa arrivare al lettore in modo completamente positivo perché è mia opinione che un filtro sia necessario e questo filtro è il giornalista, ovviamente il giornalista competente.
Il suo compito diventa quello di gestire e canalizzare l’informazione di buon senso distinguendola da quella che invece può essere fuorviante. Sottolineo che sto parlando di giornalisti competenti e non di giornalisti che sono tali solo perché hanno il patentino… ma secondo me è impensabile che un lettore che cerca un prodotto informativo fruibile e organizzato e veloce possa trovare questo servizio andandosi a leggere decine di blog differenti.
Pastorino. Però, uno dei temi importanti di tutto il giornalismo, compreso quello televisivo, è di essere sempre più lontani dalla vita della gente, questa è una delle critiche che recentemente vengono fatte in modo sempre più insistenti.
Da questo punto di vista la rete può essere quel vasto mondo che, interrogato e navigato nel modo giusto può avvicinare l’informazione alle persone…
De Paolini. Certo, ma chi lo interroga nel modo giusto, chi è il soggetto che si fa carico di questo?
Io non vorrei dare la sensazione di fare una difesa d’ufficio dei giornalisti e dell’ordine anzi, dico pubblicamente che sono contro l’ordine dei giornalisti e sono convinto che andrebbe soppresso. Chiunque deve poter fare il giornalista in questo mondo, ci mancherebbe altro. Chiunque ha diritto e titolo di scrivere su un pezzo di carta, oppure on-line, o come vuole, e quindi l’ordine andrebbe abolito. Anche perché l’ordine dei giornalisti italiano è l’ultima anticaglia che ci troviamo, l’ultimo dei vecchi arnesi del periodo fascista, e prima lo spazziamo via e meglio è.
Quindi non difendo il giornalista ma difendo la presenza di un soggetto responsabile, di una figura, che sia in grado di porre la domanda giusta e di analizzare la risposta giusta. Sono d’accordo con te che noi giornalisti spesso siamo lontani dalla gente perché non viviamo tra la gente soprattutto quando facciamo il nostro mestiere, però è anche vero che abbiamo una dimestichezza e un’abitudine all’uso delle parole e della sintesi tale da rendere più efficace un servizio che altri non sono altrettanto abituati a realizzare e quindi non sono in grado di svolgere.
Pastorino. Un’ultima domanda al direttore: come esce il giornalismo finanziario da questa crisi, e chi ha figurato peggio tra le varie istituzioni e soggetti coinvolti?
De Paolini. Siamo abituati a sentirci dire che l’Italia in questa crisi sta meglio di altri paesi per due ragioni: da una parte ha un sistema bancario più arretrato e quindi meno permeato da quella spirale mefitica che oggi chiamano asset tossici e che ha sconvolto mezzo mondo bancario mondiale.
Dall’altra parte siamo un paese tradizionalmente assistito con una burocrazia pubblica pletorica, con milioni di dipendenti statali che non possono essere licenziati e quindi garantiscono una tenuta dei consumi più alta che in altri paesi. Quindi abbiamo le premesse per resistere meglio.
In quanto a uscire meglio da questa situazione di crisi dipenderà dal comportamento delle nostre aziende e del nostro tessuto produttivo. Ma su questo francamente io ti devo dire che non so come ci riusciremo e non so in quanto tempo ci riusciremo.
La nostra previsione come giornale è che questo possa accadere alla fine del 2009 e inizio del 2010.
Chi si è comportato peggio… c’è un mondo della politica che ha voluto dare la sensazione di essere migliore dei manager che ha attaccato e censurato, mentre la verità è che si è comportata ugualmente male. Noi abbiamo un governo che ha dato nettamente la sensazione di parlare molto e fare poco, di muoversi molto sull’effetto annuncio.
Non sono d’accordo con quelli che dicono che il nostro governo non ha fatto niente, come dice ad esempio il segretario del PD Franceschini, però ha ragione quando dice che noi abbiamo messo in campo molto meno di quanto gli altri governi hanno messo. Può darsi che questo sia anche legato al fatto che non ce n’era bisogno per i motivi che dicevamo prima, quindi i confronti sono molto delicati.
Però rimane il fatto che mettendo insieme tutti i provvedimenti che sono stati varati o annunciati la sensazione è che, stringi stringi, ci sia veramente poco. Quindi io alla politica dopo sicuramente un voto negativo.
Un voto negativo lo do anche ai banchieri perché nonostante sia giusto avere elevati stipendi a fronte di elevate responsabilità (io sono contro la limitazione dei compensi per legge), è anche vero che elevati stipendi compensano buoni o ottimi risultati, e io questi ottimi risultati faccio fatica a vederli, perché quando qualcuno parla di utili di carta a me viene da dire che ha ragione. Ma non sono di carta gli stipendi che i manager hanno percepito, e allora c’è qualcosa che non va. Soprattutto il livello di questi compensi dà la sensazione di essere veramente sproporzionato rispetto alla realtà perché se un operaio guadagna quando gli va bene € 30.000 lordi l’anno è inimmaginabile che un manager guadagni 8 milioni l’anno, c’è qualcosa che non funziona… se poi aggiungiamo i benefit e tutto il resto si arriva a cifre ancora più elevate.
E questi signori stanno ancora difendendo questa situazione di squilibrio inaccettabile, ed è questo il motivo per cui a banchieri e manager do un voto negativo, perché stanno ancora difendendo i loro privilegi, i loro emolumenti e il loro potere in un momento nel quale dovrebbero essere molto più consapevole rispetto alle esigenze del paese in generale.
Può essere giusto che chi ha responsabilità e produce risultati possa guadagnare molto di più di un operaio, ma questo molto di più non può arrivare a 500 volte, perché un multiplo come questo ha in sé qualcosa di patologico. Ai tempi del mitico Valletta il multiplo era intorno al 50 volte… la mancata autocritica di manager e banchieri su questo fronte devo dire che mi ha molto deluso.
Do un voto positivo al popolo italiano che si sta comportando brillantemente e al di sopra di ogni aspettativa, a mio modo di vedere.
Limiti e condizionamenti ci sono, ma a volte mancano iniziativa e coraggio
Intervista a Marcello Zacchè, Capo redattore economia de il giornale. Continuano le interviste-conversazioni con importanti e conosciuti giornalisti finanziari italiani.
Continuiamo a interrogare i protagonisti del settore per capire i problemi di una categoria ultimamente al centro di critiche e polemiche.
I diretti interessati ci raccontano ambizioni e frustrazioni di una professione affascinante ma sempre più complessa e non priva di ostacoli.
Oggi sentiamo il punto di vista di Marcello Zacchè.
Pastorino. Nel mondo anglosassone questa crisi finanziaria ha fatto nascere un dibattito sul significato sul valore e sul ruolo del giornalismo finanziario. In particolare è uscito a fine dell’anno scorso uno studio di Polis, una società della London School of Economics, che ha proprio come titolo “A cosa serve il giornalismo finanziario”. È un report fatto molto bene che affronta molto bene tutti i punti che di fatto poi definiscono il mestiere possibile del giornalista finanziario.
Oggi conversiamo di questi temi con Marcello Zacchè, Capo redattore economia de Il Giornale
Zacchè. Devo fare una premessa: noi siamo in Italia, dove i giornali sono caratterizzati dal fatto che non esistono editori puri. La proprietà dei giornali sui quali si legge il giornalismo finanziario, e qualunque importante medium in Italia, fa capo per lo più a chi ha interessi finanziari e questo non può non avere conseguenze importanti proprio nel settore dell’economia e della finanza. È così anche in altri settori, però in particolare nella politica e nell’economia ; se ci si confronta con gli anglosassoni o con una definizione teorica di giornalismo finanziario, si devono fare i conti con questo problema.
Pastorino. Questo senz’altro, però tu sai benissimo che in un sistema vincolato ci si può avvicinare al vincolo o tenersene lontano, nel senso che tu puoi fare il più possibile all’interno dei tuoi limiti oppure “approfittando” della situazione evitare di fare anche quel poco che potrebbe essere fatto.
Zacchè. Il secondo vincolo che fa parte della premessa è quello pubblicitario, nel senso che i conti economici dei nostri giornali sempre più dipendono dalla pubblicità; e questo è un altro vincolo che ricade come una mazzata proprio sul giornalismo finanziario.
Pastorino. Hai ragione, e oltre tutto questo accade in un momento in cui i budget dei giornali si riducono la pubblicità si riduce e il trend secolare del consumo di carta stampata tende a puntare verso il basso.
Zacchè. Secondo me queste sono premesse fondamentali perché tutte le volte che qualcuno mi chiede “perché non scrivete certe cose” dimentica che ci sono questi problemi che ci tolgono alcuni gradi di libertà.
Pastorino. È vero, io li ho definiti “problemi ambientali” per un giornalista, e a questi aggiungerei anche il problema dell’accesso alle fonti, che spesso è un accesso disagevole. Questo accade anche nel mondo anglosassone e loro stessi fanno una osservazione importante sul ruolo crescente delle società di PR, che hanno visto aumentare a dismisura il loro potere, sono diventate dei filtri difficilmente superabili, con un elevato potere di orientamento se non addirittura a volte di interdizione rispetto a una maggiore disclosure.
Zacchè. Diciamo che il condizionamento che ci potrebbe essere da parte di un grande inserzionista pubblicitario, rispetto al fatto di poter essere oggetto di investigazione dal punto di vista giornalistico, è molto importante, è un condizionamento che a volte diventa molto invasivo. Ma non nel senso che quotidianamente noi siamo soggetti a specifiche pressioni… diciamo che è un “clima”. Io non sono un alieno che arriva in ufficio scendendo da Marte, so benissimo in quale tipo di contesto mi trovo a lavorare, e so che fa parte dei miei margini di manovra quotidiani. Anche se solo saltuariamente questo tipo di pressione può diventare esplicita. E forse questo avviene anche per colpa nostra, c’è il rischio che qualche volta siamo noi stessi ad autocensurarci. In realtà io sono convinto che di fronte a questi condizionamenti si può sempre andare a “trattare”, nel senso che comunque noi facciamo il mestiere di informare e se siamo bravi e scopriamo una storia interessante e che magari tocca dei gangli particolari, secondo me ce la possiamo andare a giocare .
Cioè, se è impensabile immaginare il giornalista che lavora in solitudine su una storia scomoda e la pubblica il giorno dopo sul suo giornale in piena libertà, è anche vero che se ci sono elementi per una storia di un certo tipo si va dal direttore, lo si informa. E se ci sono le fonti e la documentazione il direttore una possibilità te la dà, fa le verifiche, valuta le conseguenze, magari ti chiede prudenza, però il pezzo non lo blocca… insomma una via d’uscita si trova, però ci deve essere comunque da parte del giornale o del giornalista la voglia di fare questo lavoro.
Il rischio invece spesso è quello di sedersi su quello che dicevi prima tu, e cioè sul fatto che questi condizionamenti ci sono e quindi è inutile fare queste crociate, è inutile sentirsi Don Chisciotte, e allora la curva dell’attività giornalistica flette, e alla fine non si va più neanche a investigare veramente…
Pastorino. Diciamo che gli spazi per un giornalismo investigativo ci sono, limitati, ma ci sono, e allora diventa un problema di volontà o forse anche di professionalità. Secondo me questa crisi nella sua caratteristica totalizzante, cioè nella sua capacità di coinvolgere tutto, visto che non è rimasto fuori niente, ha messo davanti agli occhi di chi non ci aveva mai pensato prima, il fatto che la finanza è diventato un fenomeno talmente complesso, talmente globale, talmente interconnesso, talmente ramificato e con dei livelli di complessità tecnica, ad esempio rispetto ai prodotti finanziari, che si crea un vero e proprio problema di professionalità necessaria per affrontare certi temi. E forse, senza voler fare nessuna critica, il nostro giornalismo finanziario non è sufficientemente preparato.
Zacchè. Intendi dire che un giornalismo più preparato avrebbe potuto anticipare la crisi?
Pastorino. Anticipare no. Questo è l’altro grande tema, della serie “la stampa dove era…”. E che ricade poi in quella che secondo me è la trappola della stampa giornalistica e cioè la “pretesa di prevedere”.
Nella quotidianità lo vediamo, perché c’è sempre il pezzo su questo titolo che sale questo titolo che scende… cioè quello che alcuni appunto in Inghilterra hanno definito il giornalismo che si è ridotto a fare le previsioni come se fossero “le corse dei cavalli”. Quindi quel giornalismo si è confinato in un ruolo veramente secondario; ma tanto quanto trovo sbagliato chiedere al giornalismo di fare le previsioni sull’andamento del mercato, altrettanto trovo mal posto pensare che il giornalismo avrebbe potuto rendersi conto di quello che è poi successo quando coloro che avrebbero potuto e dovuto rendersene conto e avevano gli strumenti per farlo, non l’hanno fatto.
Chiedere al giornalista, che guarda da fuori, di essere più bravo e più perspicace e più sagace di chi invece è dentro, secondo me è proprio sbagliato concettualmente.
In realtà il giornalista dovrebbe solo “riportare” bene ciò che accade, perché poi se ogni giorno fedelmente racconti quello che accade è probabile mettendo in fila tutte le cose salti fuori un quadro preciso.
Però sono assolutamente contro a chi si chiede “la stampa dove era”, a chi pretende quasi una funzione “etica” che oltretutto altri non hanno esercitato, mentre invece avrebbero dovuto in virtù della loro funzione.
Dico che in generale mi sembra che al giornalista finanziario di oggi, sia per uno scenario mondiale molto complesso sia per la sofisticatezza dei prodotti (che sono poi quelli che in buona parte ci hanno messo nei guai), è richiesto un livello di professionalità molto elevato, molto più elevato di un tempo. La qual cosa poi cozza contro il fatto che invece hanno dopo anno le risorse disponibili diminuiscono, perché professionalità vuol dire formazione, crescita culturale, cose che “costano”…
Zacchè. Ecco io su questo problema posso dire che in questi ultimi vent’anni il livello di professionalità è migliorato molto. Nel senso che fino a vent’anni fa il giornalismo economico e finanziario era molto poco specializzato, si potevano trovare nelle redazioni dell’economia e della finanza colleghi che avevano lavorato fino a poco prima in altre sezioni del giornale, la politica piuttosto che la cronaca. Dagli anni 80 in poi, è migliorata questa tendenza perché con il boom della borsa c’è stato anche un boom dell’editoria finanziaria, sono nati Milano Finanza, Italia oggi e altre testate e in quell’ambito è cresciuta anche una generazione di giornalisti che si era laureata in economia.
Io stesso mi sono laureato in economia e ho cominciato a lavorare nel 1987.
Questa generazione alla quale appartengo anch’io ha prodotto moltissimi colleghi competenti; detto questo, per essere particolarmente preparati soprattutto sulla finanza bisogna studiare, applicarsi, avere capacità che vengono molto meglio pagate facendo degli altri lavori.
Cioè se all’interno de Il Sole 24 Ore tanto per fare un nome c’è è un giornalista finanziario in grado di conoscere bene come funzionano tutti prodotti derivati,legge e interpreta i covenant come se li avesse decisi lui, probabilmente se va a lavorare in una banca o in una società di gestione guadagna cinque volte di più di quello che invece gli danno in un giornale; quindi bisogna avere sempre presente che un giornalista per quanto specializzato sia, deve avere come prima specializzazione il giornalismo, cioè il fare l’informazione; e successivamente si può anche specializzare un po’ nella finanza.
Ma immaginare di avere proprio degli esperti di finanza nei giornali è difficile, ci deve essere proprio qualcuno molto appassionato, o molto ricco… però io credo comunque che oggi sia molto meglio che in passato.
Pastorino. Diciamo che spesso si vede un’attività giornalistica che rimastica i comunicati delle società, e forse c’è un po’ poco lavoro sistemico… cioè, tu dicevi giustamente che ci sono dei vincoli che legano un po’ le mani quando hai a che fare in modo specifico con società quotate piuttosto che gruppi finanziari.
Però quando puoi andare a lavorare su un livello più “macro”, dove il peso dei nomi diventa meno forte perché vai a descrivere dei fenomeni, allora li ci può essere un’attività di informazione finanziaria che esula da quei vincoli; il problema però forse è che si tratta di un’attività che “paga meno” in termini di audience, un’attività forse meno appealing perché alla fine il lettore è stato abituato solo a leggere la previsione sul titolo piuttosto che sull’indice… Altrimenti come si spiega che nessuno sia andato a vedere determinati dati, da fonti del tutto disponibili a tutti, e che un campanello di allarme avrebbero potuto farlo accendere…
Zacchè. Su questo dico che si può fare un parallelo con mani pulite. Lì non c’entravano niente la finanza o i derivati, non bisognava essere particolarmente tecnici, eppure anche quei problemi sono rimasti completamente sconosciuti per decenni, e sono stati sollevati dai magistrati che facevano il loro lavoro. Anche in quel caso i giornalisti non hanno tirato fuori questo mondo.
Quindi secondo me è molto difficile di fronte a questi fenomeni cercare di accendere campanelli di allarme, forse per pigrizia, forse perché non si lavora abbastanza bene da riuscire a guardare queste vicende ponendoci all’esterno.
Però per quanto riguarda l’economia io noto che negli ultimi trent’anni c’è stato uno sviluppo sproporzionato tra i giornali e la finanza. Se facciamo la fotografia di com’era questo rapporto prima del boom degli anni 80, prima della nascita dei fondi comuni di investimento, c’erano giornali molto ricchi di giornalisti e c’erano una borsa e una finanza abbastanza asfittiche; e il rapporto tra l’attività finanziaria e l’informazione economica e finanziaria era sufficiente.
Poi c’è stato questo boom e da lì in avanti si sono sviluppate entrambe le cose, sono cresciute le redazioni e economico finanziarie e si è sviluppata la finanza; poi da un certo momento in poi lo sviluppo della finanza è stato esponenziale in termini di masse, di interessi, di dimensioni delle borse, di prodotti, e di peso della finanza nei portafogli della gente, mentre i giornali si sono fermati. Mentre da un certo punto in poi hanno cominciato addirittura a collassare. E questa proporzione si è stravolta.
Per chi si occupa di finanza e di economia in un giornale è veramente difficile cercare di seguire tutto quello che succede, come si è dimostrato con questa crisi. La finanza è un mondo che trent’anni fa lo prendevi con una mano sola, oggi è diventato un fenomeno globale liberalizzato derivato molto veloce, mentre i giornali hanno pochissime energie per seguirla…
Pastorino. Certo ma questo fa parte di quello che io prima definivo un problema ambientale, cioè evidentemente a fronte di questo fenomeno che esplode in modo esponenziale, la copertura invece paradossalmente è addirittura diminuita in valore assoluto; quindi questo ha un significato… è accaduto in modo casuale o è frutto di una scelta? Il fatto che l’informazione non abbia seguito con la dovuta attenzione l’evoluzione della finanza, è casuale, o deriva da una sottovalutazione o da che altro? perché è accaduto questo?
Zacchè. È difficile dare una risposta; intanto come dicevo all’inizio i giornali fanno parte della finanza, perché comunque i gruppi editoriali sono posseduti dai gruppi economico finanziari: Il Sole 24 Ore è della Confindustria quindi inchieste scottanti su grandi imprenditori italiani è difficile trovarle lì; il Corriere della Sera è un condominio di grandi poteri di banche e di imprenditori; sono tutti già ne Il Sole 24 Ore, e una parte è anche nel Corriere della Sera; la Repubblica, per quanto l’ingegner De Benedetti sia progressivamente uscito da molte sue aziende, è comunque posseduta da un industriale e un finanziere con tanti interessi ancora adesso; e lo stesso Il Giornale in cui lavoro io fa capo a una famiglia di grandi imprenditori; per cui il soggetto del quale parliamo, il giornalismo italiano, non guarda da fuori il mondo che gira, ma è dentro al mondo che gira… e questo secondo me è uno dei principali motivi per cui i giornali sono stati presi un po’ in contropiede su tanti fatti importanti.
E comunque l’interesse che i lettori dimostrano di avere nelle pagine economiche è di gran lunga focalizzato sui temi di servizio, cioè il lettore medio è interessato più alle pagine economiche quando si tratta di pagine di servizio, quindi se danno informazioni su come investire i soldi, su come difenderli; mentre c’è meno interesse sul caso aziendale, sulla storia finanziaria.
Questo è un dato oggettivo di cui tenere conto, perché su queste basi si decide di “investire” di più nelle sezioni del giornale che più interessano e che giovano alle vendite per cui…
Pastorino. Ma non è che questo è anche un effetto oltre che una causa? Intendo dire, non è che è così perché poi in realtà non c’è altro di interessante da leggere? È una domanda, io non ho dati e quindi se tu mi dici queste cose è perché evidentemente hai dei dati di lettura…
Zacchè. Questa è una tendenza attuale. Se non sbaglio qualche anno fa è stata fatta un’inchiesta credo da Il Sole 24 Ore, sulla motivazione d’acquisto del quotidiano; e la parte che dichiarava di essere interessata alla sezione finanza era la minoranza.
Il Sole 24 Ore, che è il giornale finanziario più venduto d’Europa, in realtà è molto diffuso perché lo comprano commercialisti notai e avvocati, che sono interessati alla sezione norme e tributi.
Per cui si può dire che in Italia l’informazione finanziaria non ha mai preso grande piede, è una cosa ancora relativamente nuova e che ha sviluppato un filone vivo soprattutto negli aspetti di servizio.
Pastorino. Quindi tu vuoi dire che è seguito quel giornalismo che giova al “conto economico” del lettore, e che aiuta, ammesso che aiuti, a guadagnare di più o a risparmiare un po’ di soldi…
Zacchè. Si questo noi lo vediamo e sono convinto che lo vedremo ancora di più quando ci sarà una nuova ripresa, quando inizieremo a uscire dalla crisi, quando la borsa lentamente ricomincerà a salire; io sono convinto che a quel punto ci sarà di nuovo grande attenzione sui soliti temi, “compriamo non compriamo”, “dove mettiamo i nostri soldi”, perché è a queste cose che la gente è più interessata…
Pastorino. Sì, però in questo modo c’è il rischio che riparta la stessa musica dimenticandosi di come è andata, perché questa non è una crisi qualunque, non è come la crisi dell’87 come la crisi del 94, come la crisi del 2001, questo è un altro tipo di crisi.
Io sono preoccupato dal fatto che in questo anno, in cui si dovrà capire se i mercati potranno tornare a salire e in che modo, su quali motivazioni, si rischi di non fare determinati approfondimenti su quanto è accaduto, perché questa è una occasione che il giornalismo finanziario potrebbe cogliere.
Invece se siamo ancora lì a spiare il fatto che comunque Fiat ha già recuperato 25%, etc. etc… corriamo il rischio che diventi un’occasione persa.
L’altro elemento su cui mi piaceva avere un tuo punto di vista è su tutto ciò che non è carta stampata. Io ho impostato questa intervista in particolare sul giornalismo finanziario della carta stampata, perché tu sei un giornalista della carta stampata, però in realtà la componente cartacea è non dico minoritaria, ma abbiamo tutta una serie di altre fonti aggiuntive, sempre più importanti, che forniscono una enorme quantità di informazione finanziaria, per certi versi meno codificata e quindi su cui ci possono essere dubbi di affidabilità. In particolare a volte io rimango un po’ perplesso rispetto alle televisioni tematiche (su cui spesso passano gestori o analisti o sedicenti tali, che oltretutto non sono nemmeno particolarmente vincolati da un codice etico)…parentesi, io immagino che in Italia esiste un codice etico che i giornalisti finanziari devono rispettare…
Zacchè. Esistono regole deontologiche generali che vengono declinate in ambito economico-finanziario dall’Ordine dei Giornalisti. E dal 2007 esiste anche una “Carta dei doveri e dell’informazione economica”, la cui violazione è sottoposta alle sanzioni dell’Ordine. Si tratta di norme di carattare molto generale, ma esaustive. Inoltre all’interno di molte testate specializzate, come per esempio la Reuters e Il Sole 24 Ore esistono codici aziendali interni ancora più stringenti, che chi viene assunto si impegna a rispettare.
Pastorino. Ma tu potresti essere pieno di titoli Fiat e scrivere un pezzo positivo sulla Fiat? O sei tenuto a dichiarare questa cosa?
Zacchè. Secondo le regole di cui sopra no, anche se i confini restano ancora un po’ labili ed è vero che la materia dovrebbe essere regolata meglio.
Pastorino. Non avete mai parlato al vostro livello di stabilire questo codice deontologico… io mi sono letto tutto il codice deontologico della BBC, e devo dire che è molto preciso, con tutto che stiamo parlando di inglesi che normalmente non amano le codifiche precise e le leggi per ogni cosa…
Zacchè. L’Ordine, a quanto mi risulta, sta lavorando per codificare queste regole in maniera più precisa, in modo da ottenere un vero e proprio codice stile anglosassone. Come dicevo il nostro giornalismo finanziario è giovane. Certo io credo che probabilmente nei confronti del lettore aiuterebbe a migliorare il rapporto con ciò che viene letto.
In ogni caso anche la legislazione generale si è sviluppata perché da qualche anno c’è la legge sull’insider trading, è questo reato che per un giornalista trova una vasta gamma di applicazioni, e insieme al reato di aggiotaggio serve a incanalare in modo abbastanza preciso l’attività. Avere tanti titoli Fiat e scrivere bene di Fiat può configurare il reato di aggiotaggio, perché in qualche modo si condizionano i corsi o si tenta di farlo…
Pastorino. Tornando alla domanda che mi premeva molto, dicevo che il giornalismo su carta è una componente preziosa, ma poi c’è anche il mondo delle televisioni tematiche e dei new media che hanno messo a disposizione dei risparmiatori che si vogliono informare sulla finanza una grande quantità di informazione. Parliamo in particolare della blogosfera, cioè di tutti questi blogger che in qualche modo approfondiscono e rimbalzano, a volte travisano, le notizie economico finanziarie… quel mondo che viene anche chiamato “giornalismo partecipativo” sviluppatosi su Internet, e ha sicuramente degli aspetti molto positivi; un mondo che a volte entra non dico in collisione, ma diventa complementare con la carta stampata, fino magari a diventare negativo per la carta stampata, perché magari mette una pressione competitiva molto forte, spinge sulla produttività dell’informazione.
Un mondo che secondo me svolge una funzione molto positiva anche se a volte aggiunge qualche elemento di confusione. Credo che ad esempio le televisioni tematiche, in particolare alcune trasmissioni, a volte sono solo una sfilata di personaggi che si “comprano” degli slot di tempo e vanno a parlare al pubblico al di fuori di qualsiasi controllo e spesso e volentieri fanno semplicemente dei veri e propri spot….
Questo mondo che sta al di fuori della carta stampata come lo vivete? che tipo di relazione si crea, sia nella tua professione in senso stretto sia osservando questo nuovo panorama informativo così più ampio…
Zacchè. Ma, io personalmente la vivo in maniera un po’ “snobistica”, nel senso che consulto anche qualche blog, però è difficile che io trovi qualcosa che mi serve, se devo lavorare a un tema in particolare… a parte che c’è un problema di tempo, però difficilmente trovo elementi interessanti.
Sicuramente Internet ha cambiato in modo radicale il nostro lavoro, e ci ha dato la fruibilità di una quantità di informazione pazzesca, per cui se io devo scrivere adesso un pezzo su una fusione tra due banche straniere mai sentite prima, diversamente da qualche anno fa, tra i siti ufficiali e i siti finanziari fatti bene io trovo tutto quello che mi serve per fare un pezzo che ricostruisce e racconta il fatto, i personaggi, le storie. La fruibilità delle informazioni è sicuramente una cosa della quale noi siamo molto contenti. Io però noto che alla fine queste informazioni le prendo o dei siti istituzionali o dai grandissimi operatori del Web come Yahoo, o da qualunque sito che rimbalza dai grandissimi brand giornalistici, come la Reuters o il Wsj.
Pastorino. Però, perdonami, tu dicendo questo di fatto dici che riconosci un grandissimo valore alle tecnologie. Quello di cui hai parlato tu è più un aspetto tecnologico: La tecnologia di Internet che consente di andare in casa della Consob, o dell’Enel, e di prenderti i bilanci. Ma questo non è un discorso di new media…
Zacchè. Per quanto riguarda i new media io trovo quello che mi è utile sui grandi brand… è più difficile che io mi avventuri in altre strane ricerche perché non credo di trovare delle informazioni particolarmente utili, quasi sempre trovo delle cose o che conosco già, o che so dove trovare prima nei siti istituzionali… da questo punto di vista per me i new media non rappresentano un grande arricchimento. L’unica cosa dei new media che mi diverte sono i forum, tutta la parte delle community, dove gli utenti magari raccontano i loro problemi finanziari, però come curiosità…
Pastorino. E dal punto di vista del lettore? quindi uscendo dal tuo ruolo professionale e mettendoti invece come se tu fossi un lettore…
Zacchè. Io forse non sono persona giusta alla quale fare questa domanda, primo perché non sono mai veramente un lettore, e poi perché per me comunque prevale sempre la forza dei brand tradizionali.
Nei blog puoi trovare un’idea ma difficilmente trovi una notizia… E poi bisogna verificare tutto. non devi dimenticare che la finanza come dicevamo prima è un argomento difficile, molto di più ad esempio della politica. Per come vanno le cose oggi, tu ogni giorno se vuoi puoi fare un numero infinito di interviste ai politici. Nella finanza non è così.
Se c’è un problema all’UDC, intervistare Casini non è molto difficile; se c’è un problema in una grande banca intervistare l’amministratore delegato è praticamente impossibile, ma è anche impossibile intervistare i suoi vice. Da questo lato non so come i new media potrebbero aiutarmi
Pastorino. Certo non ti danno notizie, anche perché le notizie in senso stretto anche loro le prendono dalle fonti primarie, però devo dire che ci sono alcuni blog che mettendo insieme una serie di cose più o meno correlate riescono a sviluppare discorsi che spesso sono molto interessanti… con tutte le cautele del caso io ritengo che i blog ben fatti siano una grande forma di arricchimento… quindi tu in ogni caso non senti nemmeno la pressione competitiva…
Zacchè. Per adesso no… poi mi posso sbagliare, la gente compra meno giornali e quindi probabilmente si informa su Internet. Però secondo me i giornali potrebbero essere fatti molto meglio per vendere di più. Voglio dire che non penso che sia soltanto la concorrenza dei new media che toglie pubblico ai giornali di carta…
Pastorino. No, forse molta concorrenza viene dal giornali on-line, proprio perché la gente è interessata solo alle notizie, e quindi il valore della parte di commento che spesso non viene messo online, non viene giustamente apprezzato e ci si rinuncia, e così si risparmia un euro…
Si conclude qui l’intervista, io ringrazio Marcello Zacchè per la sua collaborazione, e ringrazio i lettori per averci seguito sino alla fine.
Grazie a tutti
Diego Pastorino
“Consumare le suole” e non guardare l’orologio, Conversazione sul giornalismo finanziario con Claudio Kaufmann, vicedirettore di Borsa&Finanza.
Con Claudio Kaufmann iniziamo questo ciclo di conversazioni che hanno come tema il giornalismo finanziario, in un momento di crisi profonda come questo che stiamo vivendo.
Pastorino. Partiamo da un punto di vista semplice e di base: quali sono le doti di un buon giornalista finanziario.
Kaufmann. Le doti che ci vogliono sono quelle “ovvie”, quelle di ogni giornalista, idee creatività e tenacia, dopo di che ci sono due elementi fondamentali.
Una attiene all’individuo e cioè a come ciascuno si relaziona con il proprio mestiere, con la propria voglia di fare. La seconda attiene all’ambiente nel quale si opera, se ci sono persone in gamba con molta voglia di fare, se ci sono dei leader e un certo spessore culturale deontologico e morale; questo produce un buon ambiente, la gente si sveglia al mattino e va in redazione volentieri e viene stimolata.
La cosa peggiore e triste in alcuni giornali è vedere persone che sarebbero motivate o motivabili che finiscono per diventare, diciamo così, degli “impiegati della notizia”, cioè si limitano ad alzare il telefono quando va bene, quando va male fanno copia e incolla delle agenzie e dei comunicati delle aziende e diventano degli impiegati.
Il giornalismo può essere il più bel mestiere del mondo, come l’attore, lo stilista, addirittura l’artista. Naturalmente bisogna vedere prima di tutto che scuola hai avuto, e qui a volte gioca la fortuna… per scuola intendo il fatto ad esempio di essere stato vicino a giornalisti che avevano la buona abitudine di “consumare le suole delle scarpe”, come si dice; e se hai imparato a farlo è una abitudine che ti rimane dentro anche se poi magari fai il desk.
Non è scritto da nessuna parte qual è il miglior articolo del mondo, nel senso che una notizia quando tu la approfondisci non è mai finita, ci può essere sempre un risvolto in più, dipende se te lo vai a cercare.
Il limite è che se devi fare 1000 battute poi scrivere certe cose, se puoi farne 10.000 poi scriverne altre…
Per tornare alla domanda iniziale, ci vuole un fuoco interiore, cioè devi essere tu che vuoi scrivere quella cosa. A parte il contratto che stabilisce quante ore devi lavorare, se sei un giornalista giovane che ha voglia di farsi le ossa, che ama il mestiere e la sua carriera di sicuro non devi guardare l’orologio, perchè così non vai da nessuna parte…
Oppure se vai a lavorare in giornali che sono più o meno degli “house organ”, sia di destra sia di sinistra, e lo stesso vale per la finanza, non ti puoi lamentare, vai a fare quello che sostiene delle tesi precotte, non vai a scoprire la realtà. Se c’è un manager di destra che non sa fare il suo mestiere e tu lo difendi perché fa parte di una cordata politica, poi non ti puoi lamentare di come funzionano le cose.
Sei quasi peggio di un impiegato perché diventi non necessariamente un “servo sciocco” ma magari un servo intelligente perché sei intelligente, poi se sei anche un buon servo vieni retribuito bene anche nel giornalismo.
Il nodo di fondo è se quando ti guardi allo specchio la mattina vuoi sentirti un uomo libero. E poi molto dipende se tu hai la stoffa o non ce l’hai.
Io ricordo gli articoli su Il Manifesto di Riotta da New York, erano bellissimi, lui era un giovanotto e non glielo aveva ordinato il dottore di fare quello che faceva. Si è fatto la gavetta in giro per il mondo, consumava le suole, faceva fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ma quello era il suo mestiere, e potrei dirlo di tanti altri… e poi c’erano e ci sono quelli che stanno in redazione a aspettare le Ansa, le veline…
Se posso permettermi un mio episodio personale: io venni a scoprire che c’era lo sciopero del personale al carcere di San Vittore; alle 6 del mattino assumevano la gente che andasse dentro a pulire… io mi vestii da barbone, entrai alle sei del mattino per andare a pulire il carcere per pelare le patate ecc.; entrai con una piccola matita e un pezzo di carta per passare il metal-detector, e il giorno dopo uscì una pagina su un quotidiano con scritto “Un crumiro a San Vittore”… io raccontai delle cose che fecero imbufalire i dirigenti del carcere; ma non me lo aveva ordinato il dottore o il direttore, sono cose che senti dentro, mentre invece tanti colleghi se riescono a lavorare le loro tre ore al giorno sono ben contenti.
Pastorino. Veniamo al discorso dei condizionamenti, la “proprietà” (in Italia praticamente non esistono editori puri), e la pubblicità. Quella che tu hai definito come “la passione” del giornalista, può essere completamente frustrata dall’esistenza di questi due vincoli o comunque anche all’interno di questi due vincoli ti puoi ritagliare uno spazio importante. O questi vincoli sono così forti così quotidiani e così diretti da essere insuperabili…
Kaufmann. I vincoli sono forti, però non sono mai granitici… certo, uno non può andare a lavorare al giornale della Confindustria e pretendere di imporre la linea della Cgil; allora vai a lavorare per il giornale della Cgil, vai all’Unità, vai dove ti pare. Però lì il condizionamento può diventare brutalmente politico. Parlando di proprietà e di inserzionisti, il fatto che spesso chi compra pubblicità si compra anche pezzi che verranno scritti (lo si dice per esempio degli stilisti), lo sanno anche i muri… e io lo ribadisco, si può anche non vivere di moda…
Pastorino. Ma lo fanno solo le case di moda?
Kaufmann. No, era soltanto un esempio…
Pastorino. Bene, perché sai la moda tutto sommato è un argomento più neutrale rispetto al portafoglio della gente…
Kaufmann. Vabbè allora, vogliamo mettere i piedi nel piatto?… facevo l’esempio della moda per citare un meccanismo noto e arcinoto… si può farlo sulla finanza, è chiaro che in un sistema nel quale grosso modo metà del fatturato è dato della pubblicità a quel punto tu non hai un editore, ma ne hai due, hai il tuo editore e un insieme di altri editori i quali pagano e non sono contenti di prendere i pesci in faccia da te.
Questo è vero, non al 100%, però è molto vero, e allora dipende da dove ti collochi.
Però non si può neanche dire che nei giornali c’è una sola voce, perché se uno vuole farsi un’idea della crisi economica e di cosa dicono giornalisti commentatori e editorialisti, sulla stampa italiana trova tutto; non c’è un muro invalicabile che impedisce di dire che la BCE o la FED fa giusto o sbagliato.
Forse non si possono dire una serie di altre cose… ad esempio adesso tutti parlano dei bonus dei banchieri, ma non ho letto molti articoli sui bonus del settore industriale…
Molte società quotate pagano i loro manager tanto quanto le banche, ma se poi tu ragioni sul valore aggiunto, sul valore del titolo, non sono tutte rose e fiori. Non mi sembra che ci sia una IPO recente in questo momento sul mercato, tranne forse Ansaldo STS, che non sia abbondantemente sotto il suo valore di quotazione. E allora mi domando se questi manager hanno creato valore, o lo hanno distrutto… ma qualcuno ha restituito il bonus? Tra le IPO degli ultimi tre anni vedete delle cose che viste da fuori sembrano veramente delle truffe, perché poi gli intrugli veri non si fanno mica necessariamente solo con la stampa… c’è chi ti porta in borsa, quelli che fanno i report, quelli che seguono la quotazione…
Insomma il fatto che come dice Beppe Grillo, di cui non condivido un sacco di cose, ci siano 500 persone che stanno più o meno in tutti i consigli d’amministrazione vuol dire qualcosa, vuol dire che questo è il regno dei conflitti d’interesse a prescindere dalla stampa…
Tornando al punto, nel complesso possiamo tutti lamentarci dei condizionamenti che vengono dagli editori, che vengono la pubblicità e da quell’intruglio di relazioni fra imprenditore banche e istituzioni… è tutto vero. Però nel contempo uno gli spazi se li deve creare se ci tiene, cioè spesso è un alibi quello di dire che non siamo liberi… anche perché io vorrei sapere quanti giornalisti, tanto per parlare chiaramente, nel mondo della finanza ricevono le cosiddette stecche, oppure sono a libro paga delle grandi imprese e non solo… io credo che la moralità media dei giornalisti italiani sia molto bassa, direi che non è molto diversa da quella della classe politica che in questo periodo in Italia è particolarmente bassa.
Pastorino. Più recentemente è diventato molto evidente il ruolo svolto dalle agenzie di PR, che in questo momento si pongono come un vero proprio filtro, a volte uno scudo, con una elevata capacità di gestione dell’informazione. E succede che molti giornalisti di fatto si adagiano sulla relazione con il PR, anche perché ti semplificano la vita dandoti buona parte di lavoro già fatto. Questa cosa viene fatto notare non soltanto in Italia ma anche nel mondo anglosassone…
Kaufmann. Sì certo però tu da un lato non puoi impedire che chi fa impresa si prenda un ufficio di PR, diciamo che questi uffici stanno ai giornali come la diplomazia sta al mondo della politica… un leader cinese diceva: i diplomatici sono le persone che mandiamo in giro per il mondo per mentire e quindi potremmo dire che gli uffici di PR sono lì esattamente dallo stesso motivo.
Pastorino. Però può essere che in un mondo che vorrebbe la trasparenza questo diventi un problema…
Kaufmann. Forse sì, però è una questione sostanzialmente irrisolvibile nel senso che se il padrone di un’azienda ha delle buone notizie da comunicare scatena i suoi per farle comunicare, se ha delle brutte notizie scatena i suoi perché non escano. Fine. Li paga apposta.
Poi come sempre ci sono le vischiosità, e il PR siccome deve giustificare lo stipendio, a sua volta deve “creare cinema”, deve fare in modo che qualche articolo esca… poi queste società molto spesso gestiscono direttamente il budget pubblicitario o comunque lo orientano… insomma io dico non ti piace questo? occupati di giornalismo gastronomico, vai a fare l’esperto di corsa sulle montagne…
Comunque per chiudere l’argomento il peso delle società di PR è molto rilevante. Però dipende…
Ci può essere il giornale che va molto bene in edicola, e allora l’editore è meno in ansia rispetto alla pubblicità, e a quel punto il direttore concede di più; se invece il giornale vende poco a quel punto la pubblicità diventa l’ossigeno e quindi con tutte le complicità annesse e connesse tende a prevalere.
È difficile fare un discorso di sistema perché bisogna entrare nel merito di ogni situazione differente.
In sostanza la soluzione è solo individuale e sta nella capacità del singolo di sapersi tirare fuori, creare spazi, andare avanti anche se è dura.
Perché poi la rappresentanza nostra, cioè il cosiddetto sindacato dei giornalisti, ormai difende quasi solo la “pigrizia” e non l’innovazione e non il cambiamento. Cioè, ci sono giornalisti in gamba che vengono assunti a 600 euro e mandati via sei mesi dopo, e altri lautamente pagati che non fanno niente e nessuno li smuove… sono giornalisti che hanno sbagliato mestiere che stanno lì con il loro stipendio e nessuno li può toccare.
Io sarei per l’abolizione del contratto nazionale e per l’abolizione dell’ordine. Per qualche anno vinca il merito e poi torniamo a parlare di contratti, perché ci sono veramente troppi pesi morti, troppe rendite…
Pastorino. Ma se il giornalista si stacca dai discorsi sulle società quotate, sulle banche, quindi dai potenziali inserzionisti, e si dedica invece uno sguardo più sistemico, non credi potrebbe guadagnare l’autonomia perché non ha a che fare con i singoli centri di potere e di interdizione; può dare uno sguardo un po’ più macro anziché micro, che nel corso del tempo soprattutto in situazioni come questa risulta particolarmente prezioso. Su quegli argomenti sei più libero, e quindi è un problema di tua volontà di scavare.
Cioè facciamo l’esempio sul discorso dei derivati, che fossero una bomba a orologeria si sapeva da anni, nel 2002 lo aveva detto Warren Buffett, e sono passati sette anni…
Kaufmann. Si certo, però lo stesso si potrebbe fare per gli economisti i gestori e gli analisti… però qui andiamo su un terreno un po’ diverso e cioè sul fatto che nel corso del tempo a cicli ripetitivi gli esseri umani si illudono di avere trovato l’elisir della finanza piuttosto che di qualsiasi altro argomento… è il potere magico delle bolle.
Io ricordo perfettamente lo scetticismo che circondava la politica monetaria di Bush dopo l’11 settembre, in cui si scriveva di stare attenti perchè a inondare il sistema di liquidità si rifà lo stesso errore della new economy, cioè si cresce oggi con il denaro regalato, si stimolano gli investimenti, ma questo lo pagheremo poi con debiti e inflazione.
Dopodiché nel 2004 c’è stata una svolta per cui l’America cresceva molto, l’idea della casa per tutti sembrava sostenibile, perché i tassi anche a lungo termine erano bassi… solo dopo si capì che c’era l’effetto della risparmio cinese e indiano, cioè questi assorbivano così tanto debito americano che consentivano al mondo intero di pagare poco le magliette, pagare poco le scarpe, l’America si indebitava per tutti e tutti eravamo più felici.
Pastorino. Devo chiarire il mio pensiero: io non credo nella funzione del giornalista come colui che deve prevedere ciò che altri che hanno più strumenti del giornalista non sono stati capaci di prevedere. Non è un discorso di previsione. È un discorso di scegliere dei filoni e svilupparli; se tu quotidianamente dici delle cose che altri non dicono per vari motivi, poi mettendole tutte in fila alla fine salta fuori un discorso che qualcosa racconta.
Forse un po’ di giornalismo di inchiesta si può fare anche senza parlare di società quotate.
Kaufmann. Sai, il giornalismo d’inchiesta ha questo difetto, che costa un sacco; tenere un giornalista che per 15 giorni in un mese si occupa di una cosa sola, lo possono fare i grandi giornali ma ne hanno uno, due… adesso vanno più di moda quelli che in due ore fanno due pagine di grande scenario copiando qua e là dai siti di tutto il mondo e stando dall’ufficio raccontano della Cina dell’America della Russia, mettendo insieme pezzi fritti e rifritti con una buona scrittura ma alla fine dicendo ben poco. Certo il giornalismo che dici tu ci vorrebbe, è il sogno nel cassetto di molti giornalisti, ma sta sparendo.
Prima si diceva che un po’ dipende dal direttore e i direttori non sono tutti uguali… però sono giornalisti anche loro, e normalmente per una notizia stravedono, per un buon prezzo stravedono, perché in fondo non è il direttore che fa al giornale, lui mette insieme le abilità dei suoi redattori ai quali da stimoli spinte eccetera, e il bel pezzo comunque gli piace…
Montanelli fece una storica inchiesta su Eni, e prima ancora di farla pubblicare scrisse all’editore “se vuole rinunciare alla pubblicità dell’Eni la pubblichi pure”, ma non stiamo parlando di adesso stiamo parlando degli anni 60. Comunque la pubblicarono…
È vero che ci sono dei santuari però è anche vero che poi alla fine se vuoi raccontare e indagare che cosa c’è veramente all’interno di un’azienda ce la fai… se un marziano che arriva sulla terra volesse vedere cosa è stato scritto in Italia sulla Telecom negli ultimi 15 anni, da Bernabei a Colaninno a Tronchetti Proverà poi ancora Bernabei, insomma, trova più o meno tutto…
Pastorino. Tu pensi che ci sia anche un problema di professionalità? Intendo dire, per come si è evoluta la finanza ultimamente, iperglobalizzata, velocissima piena di prodotti difficili da capire, non pensi che ci sia un gap fra la complessità di questo mondo e la preparazione dei giornalisti?
Kaufmann. Torniamo al discorso di prima delle scuole, delle fucine professionali nelle quale c’è il direttore che insegna, i capi redattori che hanno cinquant’anni e ti insegnano il mestiere… questo è quasi sparito, e la cosa si spiega perché è un mondo molto veloce, un mondo che si nutre di Internet… insomma per certi argomenti quasi tutti giornali alle nove del mattino sono carta igienica, per cui si è anche persa una certa sacralità di chi scriveva. E in più a questo si aggiunge il fatto che la scuola adesso è quello che è, i giovani escono dalla scuola e non sanno scrivere, e soprattutto non riescono a imparare. Il dramma sta nel fatto che non leggono i giornali, sono superficiali; e ad esempio rispetto ai PR di cui si parlava prima, mentre noi capivamo che dovevamo un po’ “difenderci”, loro li considerano le loro controparti e le loro vere e uniche fonti, considerano questa relazione come ovvia, e questo porta a un notevole abbassamento della capacità di critica.
Però bisogna anche dire che siamo letteralmente sommersi di informazione e di parole… un tempo quando Pasolini scriveva qualcosa stavamo lì un mese a discutere adesso non c’è più tempo, è tutto troppo veloce, si viene travolti.
Pastorino. L’ultima domanda riguarda il discorso dei new media. Che è entrato pesantemente anche nello scenario dell’informazione finanziaria.
Più in generale possiamo parlare di giornalismo partecipativo, cioè quella “nuvola” di informazione nella quale c’è di tutto, molte voci importanti e di qualità, e anche un po’ di “fuffa”. Nella sua relazione col giornalismo più ufficiale questo non è un fenomeno trascurabile anche perché comunque mette pressione competitiva, è un fenomeno che si sente. Tu come lo vivi?
Kaufmann. Ma guarda io appartengo a quella specie in via di estinzione che una volta in pensione si siederà sulla panchina con il giornale di carta, ma questo fa parte della storia.
L’innovazione non si può dire se è bella o se è brutta, l’innovazione c’è.
Più o meno oggi come oggi se hai quattro lire puoi fare un giornale online, tra poco con quattro lire potrei fare la televisione… questo per certi versi farà bene perché se da un lato produce una montagna di fuffa, però dall’altro desacralizza anche certi falsi miti, il professorino, la casta, quello che lavora in tv… poi in rete trovi realtà piccole che fanno cosa di grande qualità, trovi quello che fa un sito sui bond e ne sa 10 volte di più dei cosiddetti esperti… i giornali perderanno quote perché la gente poi alla fine si accontenta di quello che trova sulla Rete.
Posso farti l’esempio banale del sito della Camera dei Deputati dove trovi la rassegna stampa… a quel punto comprare un giornale è da maniaci… in generale se noi adesso ci guardiamo il sito del Financial Times, del Wall Street Journal, della CNBC eccetera, se non ci sentiamo informati siamo dei malati di mente… e di qualsiasi argomento tu voglia essere informato tu trovi un sito almeno inglese che chi dice tutto ma proprio tutto…
A quel punto sembra che la domanda vera diventi “a cosa serve il giornale di carta”, e viene da dire che serve sempre meno. E infatti secondo me i giornali di carta saranno sempre più di nicchia, un po’ come i film d’essai, chi vuole se li compra, in edicole che saranno diventate dei supermercatini che vendono software, DVD, videogiochi, e che avranno anche i giornali di carta…
io credo che i giornalisti dovrebbero preoccuparsi perché sta arrivando una mazzata storica, se qualcuno pensa di poter continuare a stare nella redazione di un giornale lavorando tre ore al giorno e prendendo lauti stipendi, io credo che sarà spazzato via.
Certo c’è un rischio di professionalità perché se mancano le risorse poi si rischia prima di tutto di perdere quelli bravi, mentre prima di tutto bisognerebbe riuscire a spazzare via le non-professionalità…
Se si cominciano a tagliare determinati costi, anche se il pubblico diminuisce, le risorse per fare prodotti di qualità ci saranno sempre. Certo, diventerà più difficile fare i giornalisti… però se posso finire con una provocazione, metà dei giornalisti italiani hanno sbagliato mestiere, e quindi se anche i giornali si riducono dalla metà non è proprio una cosa negativa, perché si riuscirà a fare un prodotto di maggiore qualità magari più indipendente, e tanta gente che non c’entra non il giornalismo finalmente andrà a fare altro…
Attenzione, il panorama del rischio è cambiato
Ogni crisi finanziaria lascia in chi la vive (per scelta o suo malgrado) un insegnamento che dovrebbe essere altrettanto profondo. In realtà normalmente non succede così, e la memoria corta di mercati e investitori è una patologia alla quale non si è mai trovato rimedio.
In ogni caso, l’insegnamento che resta o dovrebbe restare verte sempre sul concetto e sulla percezione del rischio. Questa recente crisi, la più profonda dopo il 1929, non è differente, oppure lo sarà perché per la prima volta sarà più forte della memoria corta, perché avrà insegnato qualcosa di veramente nuovo.
Prima di questa crisi l’investitore accorto e consapevole sapeva che ogni investimento fronteggia più o meno questi rischi “scolastici”:
• rischio di mercato,
• rischio di credito,
• rischio di liquidità,
• rischio di cambio,
• rischio di reinvestimento,
• rischio di inflazione,
• rischio industriale,
• rischio politico,
• rischio economico.
Tutti questi rischi costituiscono il nemico da combattere e cercare di sconfiggere tramite un mix vincente di previsioni tattiche e strategie. Un “gioco” affascinante condotto contro un nemico “duro ma onesto” nella sua quasi completa imprevedibilità e quasi completa universalità: tutti tranne pochi “insider” lo subiscono allo stesso modo, poi i più bravi lo padroneggiano meglio oppure lo sconfiggono…
La recente crisi ci ha fatto invece conoscere un nuovo tipo di rischio, “disonesto e subdolo”, entrato nelle case dei risparmiatori con il sorriso dell’amico di famiglia per poi pugnalarli alle spalle.
Potremmo definirlo “rischio del nostro intermediario”; e a livello aggregato “rischio dell’attuale sistema creditizio”.
Il risparmio mondiale, e ogni singolo risparmiatore, è inciampato di fronte a comportamenti dettati esclusivamente dall’avidità e dalla volontà/necessità di far crescere costantemente certe grandezze ben oltre le loro possibilità, per gonfiare capacità di acquisto ma soprattutto corsi di borsa, voci di bilancio, utili e bonus.
Le stesse istituzioni alle quali affidavamo il nostro denaro (cioè sacrifici e speranze) e alla quale chiedevamo (gentilmente e pagando molto caro) di accompagnare la crescita della nostra famiglia con mutui e prestiti, appena uscivamo dallo sportello confezionavano a livello planetario (con i nostri denari e quei mutui concessi a fatica) strumenti tossici fatti con ricette astruse e incomprensibili.
Con quegli strumenti hanno inquinato il sistema creditizio e intossicato portafogli apparentemente lontani tra loro, ma che una globalizzazione non richiesta, non dichiarata e non regolamentata ci ha portato fin sotto il cuscino.
Questa crisi è figlia di questo rischio nuovo e sconosciuto, che non sospettavamo fosse di questa dimensione: il rischio di un sistema creditizio che si è dimenticato che la sua strutturale funzione primaria dovrebbe essere consentire la circolazione di beni e servizi, e la trasformazione del risparmio in investimenti produttivi.
La lezione di questa crisi è che non possiamo più fidarci, profondamente, di un sistema bancario che oltretutto siamo obbligati a usare: il “rischio del nostro intermediario”, rischio non conoscibile in quanto occulto e occultato, è quello che ha causato ai nostri risparmi le più grandi perdite di sempre nell’unità di tempo più breve.
Faremo bene, da oggi in avanti, a metterlo nell’elenco dei rischi finanziari dal quale sono partito, ma al primo posto.
Da decenni leggo e sento insegnare che l’avidità è il peggiore nemico dell’investitore. E ho sempre concordato.
Dopo questa crisi, forse potremmo dire che il peggiore nemico dell’investitore è veramente stata l’avidità, ma della sua banca…
Grazie della lezione, un po’ cara, ma efficace…
Diego Pastorino
p.s.: io non sono un moralista, e ho scritto quanto precede perché ha delle ricadute operative importanti e spinge a comportamenti protettivi molto efficaci che potremo sintetizzare così:
• quando l’impiegato o il funzionario della vostra banca vi propone uno strumento di investimento (magari nuovo e sicuro), fatevelo spiegare molto bene;
• quando la spiegazione è finita fatevelo spiegare ancora ma con altre parole, dite che non avete capito;
• poi chiedetegli qual è secondo lui il motivo per il quale voi dovreste comprare quel prodotto;
• poi chiedetevi di spiegarvelo ancora;
• poi che lo abbiate capito o no, non compratelo.
Per come sono andate le cose negli ultimi mesi facendo così avrete avuto in pochi minuti un rendimento superiore al 50%, imbattibile da qualsiasi guru…
Che 2009 sarà?
Nella mia infinita vigliaccheria, o confusione mentale, faccio ancora fatica a esprimere una mia idea compiuta su questo 2009 ormai iniziato, dal punto di vista dei mercati.
Non parlo di previsioni su “cosa faranno i mercati”, da questo punto di vista concordo con lo scetticismo di Salvatore Gaziano sulle previsioni e chi le fa…
Parlo di cosa dovremmo fare noi investitori, del tipo di mercati che possiamo aspettarci (soprattutto per la volatilità), di quali strategie adottare, quali asset allocation privilegiare, quali asset class preferire e con quali strumenti.
In attesa di chiarirmi, vi riporto le idee di colleghi più “veloci” di me, analisti, trader, gestori e consulenti con i quali periodicamente ci confrontiamo sui temi del mercato all’interno della newsletter di ITForum. Persone serie che conoscono i mercati, che voglio iniziare a farvi conoscere (se ancora non li conoscete), perchè ne vale la pena…
Comincio con Giuseppe Di Vittorio, giornalista di Milano Finanza e esperto di Trading sui mercati finanziari, il suo intervento è interessante perchè ci parla di macroeconomia in modo originale, e non solo di mercati.
E a seguire Valerio Peracchi, analista tecnico e docente SIAT oltre che gestore di portafogli. Le sue considerazioni sono sempre interessanti e non banali…
Buona lettura
Giuseppe Di Vittorio: Le speranze del toro in borsa sono aggrappate alla deflazione. La discesa generale dei prezzi è l’unico modo per far ripartire consumi e ciclo economico. Non parlo di una riduzione leggera, ma di qualcosa di sostanziale almeno 20-25% sui beni ad acquisto ripetuto e sugli immobili. So di dire qualcosa di scomodo e indigesto a una parte degli imprenditori e a una fitta schiera di economisti, ma oramai è a tutti chiaro: o c’è una reale progresso del potere di acquisto delle famiglie o non si va da nessuna parte.
Non vale l’obiezione che con la deflazione l’economia si avvita su se stessa, perché i consumatori rinviano le decisioni di acquisto. Il recente assalto pre-natalizio dei consumatori ai magazzini Wall Mart di New York con un morto e più feriti, dimostra che quando i prezzi scendono la voglia di acquisto è immediata e sale. La coda chilometrica di accampati per più giorni per comprare una casa a Madrid con uno sconto del 60% proposta dal costruttore Moreno, sono un’ulteriore sostegno alla mia tesi. Vedremo infine come andrà l’iniziativa dei ristoratori di Genova di sconti altrettanto allettanti sui menu per i mesi invernali.
La deflazione, sia chiaro a tutti, non è un’alternativa ma sarà la realtà. Verso la deflazione ci andremo in maniera “sgangherata” e scoordinata o come preferibile, invece sarebbe meglio promuoverla, accelerarla e governarla.
Quando parlo di riduzione generale dei prezzi, sia chiaro, penso a un processo volontario sulla base di un impulso che arriva dalle imprese. Oggi tutto questo è possibile senza compressione eccessiva dei profitti delle aziende. Assistiamo a una riduzione straordinaria dei prezzi delle materie prime. L’acciaio è sceso dell’80%, il petrolio più del 60%, la plastica oltre il 50%, rame e alluminio scontano riduzioni dello stesso livello, perfino il frumento è sui minimi storici. Per non parlare del costo del denaro quasi dimezzato in pochi mesi.
La riduzione dei prezzi delle risorse di base a parità degli attuali prezzi al consumo o si trasforma nel 2009 in un rimbalzo dei titoli dell’industria della trasformazione (auto, elettrodomestici e energia) oppure con una sana deflazione diventa qualcosa di più sostanzioso e duraturo a disposizione dell’intero sistema economico italiano.
Il quadro deflativo ha un senso se come contropartita i sindacati si impegnano a non chiedere aumenti salariali per almeno 3-5 anni e i pubblici poteri devono bloccare le tariffe per un periodo altrettanto esteso.
E’ evidente che c’è una questione Italia in questo mio ragionamento che esiste nei fatti e non solo nell’allargamento dello spread btp-bund.
La crisi è partita da lontano con una riduzione di competitività dei paesi occidentali, rispetto alle economie emergenti, poi l’abbiamo sentita più vicina con una riduzione del reddito disponibile per effetto di aumento delle spese per la casa, dei prezzi prima dei prodotti energetici e poi, per effetto a cascata, più generalizzato. Infine si è manifestata con una forte contrazione del credito e del debito. Da questo dobbiamo partire.
Non mi convince quindi né la ricetta dell’aumento della spesa, né dall’altra il rifugio nell’ottimismo. La prima è troppo per il nostro pericolante bilancio pubblico e poco per i consumatori finali. Nella migliore delle ipotesi si traduce in qualche decina di euro in più al mese. Il ritorno all’ottimismo, invece, è anticipato solo da una ripresa delle speranze di consumo.
Il ragionamento sull’economia non è fine a se stesso. Chi non ha una visione del ciclo non riuscirà a cogliere il trend di lungo periodo. Per il resto assisteremo a una serie di rimbalzi primaverili, magari anche consistenti, sui titoli che riusciranno a regalare dividendi corposi. O magari una serie di impulsi positivi legati a una ripresa degli ordini in Germania e Stati Uniti.
Quanto al trading on-line sono invece molto fiducioso, stiamo assistendo a un accresciuto interesse per i mercati finanziari dimostrato anche nelle recente manifestazione Itf di Napoli. Tante facce nuove, tanti partecipanti, tanta voglia di partecipare.
Valerio Peracchi: il 2008 com’era cominciato si è dunque chiuso!
È stato l’anno in cui alcune grosse “menzogne” sono venute fuori e poteva essere oggi, come tra dieci anni.
Ciò esattamente non lo poteva davvero sapere nessuno… o quasi!
Di ammonimenti ce n’erano molti – è vero – ma da un cartellino giallo a uno rosso ci può essere un abisso oppure un niente… dipende dal metro di giudizio che usa l’arbitro e qui l’arbitro era il mercato.
In più sappiamo che questo è stato anche l’anno di tanti “gur(i) per caso”, ma qui è un altro discorso.
Il 21 gennaio abbiamo avuto la famosa giornata del trader di Société Générale (e chissà quante e quali altre bugie dietro a Kerviel!), adesso il caso Madoff, ma con l’intermezzo di giugno che forse pochi ricordano conclusosi con una retata gigante a Wall Street con protagonisti principali i due ex-gestori di alcuni hedge fund di Bear Stearns, fallita (anche se “raccolta” da JPM) a marzo!
Il fatto più grave poi a mio modesto parere (ma è una cosa che alcuni analisti macro-economici faticano ad accettare) è stato comunque il comportamento della FED, ovviamente non di quest’anno.
Si pensi soltanto che tra il 2001 e il 2002 il costo del denaro era stato portato violentemente dal 6.5% allo 1% e così lo era rimasto fino al giugno 2004.
Due anni di tassi fermi e immobili dunque e poi da lì e nel giro di due anni si è ritornati a un 5.25%.
C’era davvero motivo per questo aumento di un 425% (o peggio per quella drastica diminuzione precedente)?
C’era una crescita così esplosiva che giustificasse tale politica restrittiva o c’erano altri fatti?
Erano forse le banche dovevano fare utili in modo diverso?
Ed eravamo soltanto nell’estate del 2006.
Solo un anno dopo sono venute fuori tutte le prime difficoltà dei risparmiatori a far fronte ai mutui che avevano proprio contratto negli anni prima a quei tassi bassissimi, prima quasi azzerati, poi schizzatigli in faccia.
Prima o dopo dunque, la FED si è resa rea di una forte sottovalutazione del pericolo e ora sta cercando di correre ai ripari, in modo anche assai “spericolato” e ad alto rischio.
Il mio augurio è davvero quello che, per rimediare in qualche modo, stia sbagliando ora, in maniera ancora più evidente.
Le conseguenze o effetti di tutto quanto sopra hanno in ogni caso intaccato il portafoglio di molti.
Ho citato questi fatti non per cronistoria – so bene che c’entrano poco con la domanda – ma per introdurre un importante aspetto che è quello psicologico, da tenere invece in debito conto per il 2009.
Ecco infatti che di fronte a tali eventi, subentra un “senso di rivalsa” da parte dell’investitore, quasi un senso di “vendetta, tremenda vendetta” (che pertiene solo ai Rigoletto della storia, che finiscono per uccidere con le proprie mani la propria figlia); allora e prima ci saranno tante “cose da non fare” piuttosto che “da fare” o ancor meglio “da fare prima di fare”.
Proprio il desiderio di vendetta (lo “adesso gliela faccio vedere io!”) sarà la prima cosa da evitare per il prossimo anno, insieme alla frenesia di recuperare in fretta quanto perduto (se perduto) nel corso di quest’annata.
Servirà invece una pazienza infinita, per decifrare su quali mercati puntare. Lo studio dei grafici sarà importantissimo.
Occorrerà anche uno spirito ultra-critico per imparare a “filtrare” i diversi messaggi che proverranno dai media che si faranno prendere da facili entusiasmi sui rimbalzi e da agorafobia nelle discese.
E evitare già sin d’ora di cercare di delineare a tutti i costi le linee guida di questo 2009, quanto tentare di capire dove ci potrà condurre.
Credo poi sia fondamentale, al di là di tutto, comprendere un fatto.
La crisi prima o poi si risolverà; non vedo per ora la fine del mondo, anche se il panorama finanziario ne uscirà profondamente e radicalmente cambiato, spero nel bene… ovviamente fino alla prossima crisi, ma che noi non vedremo probabilmente più.
Tuttavia, due ribassi dell’entità di quelli prodottisi in questo decennio richiederanno parecchio tempo a essere “digeriti” e, nei due casi precedenti per il Dow Jones (1907/1920 e 1966/1980), sono terminati con un ulteriore movimento ribassista.
Non voglio sembrare né pessimista né ottimista, ma solo realista.
Pertanto sui mercati azionari potremo avere rimbalzi – anche corposi – ma nulla di strutturale.
Da qui, dalle ceneri del 2008, le probabilità che possa ripartire un bull market duraturo sono davvero ridotte al lumicino, quasi nulle.
Chi dunque vuole affrontare il mercato equity ha due strade.
La prima – per chi ha un atteggiamento aggressivo – sarà il trading, non dico a uno o due giorni, ma a quindici giorni, un mese sì, poiché si avrà ancora tanta volatilità (forse ancora di più nello intra-day) e ci sarà da sfruttarla, non subirla, applicando tuttavia una disciplina ultra ferrea.
La seconda – per chi ha il profilo del buon padre di famiglia – sarà il PAC, il santissimo e benedetto Piano di Accumulo, che sia fatto in quote di fondi o Etf va sempre bene.
Chi avrà la costanza di approcciarsi soprattutto in questo secondo modo, uscirà dalla crisi forse anche rafforzato finanziariamente.
Le durate?
A seconda dei mercati.
Oggi, per un investimento in corporate bond direi a due/tre anni.
Per l’equity dei paesi emergenti direi a cinque.
Per l’equity europeo e americano infine direi a sette.
E la media viene comunque e sempre cinque.
Chi vuole poi potrà assumere anche una posizione di “gestione del PAC”: nei momenti in cui la borsa dovesse tracollare nuovamente accelerare i versamenti, sulle risalite rallentarli, ma senza esagerare.
Il resto è tutta… LIQUIDITA’.
Anche perché cercare già sin d’ora di capire dove potranno andare i Bond non è facile, con la “bolla speculativa” creatasi in questi ultimi due mesi dove il future decennale americano è passato da 111 a 130.
Comprare oggi bond governativi con lunga duration, vuol dire sottoscrivere la politica della FED, ma – ripeto – non penso possa durare a lungo.
Tra le valute, se le cose dovessero andare ancora non troppo bene per un po’ di tempo, ritengo lo Yen una scelta coraggiosa, ma vincente.
Poi tutte le parole possono lasciare il tempo che trovano.
Se davvero la volatilità sarà ancora imperante gli scenari si ribalteranno nel giro di poche ore, prova ne sia proprio l’andamento delle valute in questi ultimi giorni che hanno assunto una volatilità tipica dei mercati azionari.
Io, sul mio sito ogni tanto pubblicherò gli aggiornamenti del caso.
In fondo ho fatto una promessa a tutti i lettori del libro e dunque del sito:
«Quando vedrete che gli aggiornamenti cesseranno, sarà il momento di comprare!»
Per ora, continuo ad aggiornarlo.
Cosa farà Obama per l’economia?
Si è parlato molto della possibile elezione e poi dell’elezione del primo Presidente afro-americano degli Stati Uniti.
Se ne è parlato molto da ogni punto di vista, giustamente perché è un fatto straordinario in sé, e molto positivo in relazione alle apparenti capacità personali di questo giovane Presidente.
Ora è finita la fase elettorale, tra due mesi il neoPresidente dovrà misurarsi con la più grave crisi degli Stati Uniti da 80 anni a questa parte (oltre a una serie di problemi internazionali non piccoli), e quindi è importante sapere meglio quali saranno le linee guida della sua azione.
Per quanto tutto possa poi essere oggetto di modifica e aggiustamento, il programma elettorale può fornire un punto di riferimento attendibile, e quindi noi lo abbiamo letto nel sito del Presidente (www.barackobama.com) e vi riportiamo i punti salienti della parte dedicata all’economia. Per alcuni sono già indicati i costi federali e i possibili vantaggi in termini di maggiore attività economica, tutti sono improntati alla maggior tutela e sviluppo dell’attività “Americana”, a volte con una intonazione “nazionalistica” che ha sicuramente avuto un impatto sugli elettori.
In molto hanno parlato delle similitudini con il “New Deal” roosveltiano, e in effetti alcune sono più che delle somiglianze… il problema è che al di là dell’impatto che quelle misure ebbero sullo spirito del popolo americano, da un punto di vista storico è documentato che l’impatto materiale fu assai più basso di quanto si potrebbe pensare. Già nel 1937 gli Stati Uniti erano sull’orlo di una nuova crisi economica, e i disoccupati erano ancora più di 10 milioni.
L’evento che portò gli Stati Uniti definitivamente fuori dalla crisi e ne sancì la grandezza e il ruolo planetario non fu il New Deal, ma la Seconda Guerra Mondiale.
Il programma di Obama per rafforzare l’economia
Far ripartire l’economia
Imporre una tassa sugli extraprofitti delle società petrolifere per dare rimborsi fiscali di 1000 dollari a famiglia;
Stanziare 50 miliardi di dollari per fare ripartire l’economia, dei quali 25 miliardi per evitare i tagli nella salute, scuola, case e riscaldamento, o evitare tasse locali; altri 25 per salvare 1 milione di posti di lavoro nelle infrastrutture, strade ponti scuole;
Concedere sgravi fiscali ai ceti medi
Almeno 1000 dollari per famiglia come sgravi fiscali. Questi sgravi porteranno 10 milioni di famiglie a non avere più una tassa sul reddito;
Eliminare le tasse per i pensionati con meno di 50.000 dollari;
Semplificare la dichiarazione dei redditi; questo farà risparmiare 200 milioni di ore passate a fare dichiarazioni, e compensi ai commercialisti per 2 miliardi di dollari.
Commercio
Il commercio con l’estero deve rafforzare l’economia e creare posti di lavoro in America. Obama si batterà contro accordi che danneggino la sicurezza economica;
Combattere per un commercio equo: Obama si batterà per una politica commerciale che sostenga il lavoro americano. Gli accordi dovranno favorire l’ambiente e il lavoro. Obama si batterà perchè cadano le barriere ai prodotti americani e gli aiuti di stato negli altri paesi;
Modificare gli accordi commerciali del nord America come il NAFTA, facendo in modo che il lavoro Americano sia favorito;
Migliorare la flessibilità dei lavoratori, per favorire il cambiamento;
Negare le agevolazioni fiscali alle società che delocalizzano all’estero; nei contratti con il settore pubblico favorire le società che usano lavoro americano;
Premiare le società che creano lavoro in America, con crediti fiscali per chi aumenta gli addetti in America rispetto all’estero, chi tiene la sede in America, chi paga buoni salari, prepara I lavoratori per la pensione, fornisce assicurazioni sanitarie e sostieni gli addetti che fanno il servizio militare;
Investire nel settore manifatturiero e creare 5 milioni di posti di lavoro
Investire nella nostra nuova generazione di innovatori e di creatori di posti di lavoro: sarà creato un Advanced Manufacturing Fund per investire su coloro che perseguono le migliori strategie produttiv;e
La Manufacturing Extension Partnership è un programma per migliorare efficienza, sviluppare nuove tecnologie e rafforzare la crescita delle imprese. Bush ha smesso di finanziarlo nonostante funzionasse molto bene, Obama raddoppierà i fondi inizialmente previsti;
Investire nell’energia pulita e creare 5 milioni di posti di lavoro: 150 miliardi in 10 anni saranno investiti nei biocarburanti di nuova generazione, e per sviluppare le energie rinnovabili; inoltre si investirà in forza lavoro specializzata per fare in modo che i lavoratori americani abbiano competenze e strumenti che li pongano al primo posto nel mondo;
Investire in programmi di formazione sulle tecnologie verdi; e si creeranno anche programmi di lavoro focalizzati sull’energia per puntare sui giovani disadattati e svantaggiati;
Dare impulso al settore delle energie rinnovabilie si creeranno nuovi posti di lavoro. Entro il 2025 il 25% dell’energia consumata dagli americani dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili, il che creerà centinaia di migliaia di posti di lavoro. Saranno esteri i crediti di imposta per aumentare la produzione di energia rinnovabile;
Nuovi posti di lavoro tramite investimenti nelle infrastrutture nazionali
È importante ricostruire la rete di trasporti nazionale, autostrade ponti aria porti treni, per aumentare la sicurezza la competitività e la crescita di lungo periodo;
Creare la National Infrastructure Reinvestment Bank: per sviluppare gli investimenti federali nei trasporti, con 60 miliardi di dollari in 10 anni. Questo porterà 2 milioni di nuovi posti di lavoro e stimolerà fino a 35 miliardi di dollari all’ano di nuove attività economiche;
Tecnologia, innovazione e creazione di posti di lavoro
Aumentare il sostegno federale alla ricerca, tecnologia e innovazione per società e università in modo che gli americani siano all’avanguardia nella creazioni di nuove professioni e prodotti;
Investire nelle scienze: saranno raddoppiati I fondi federali per la ricerca di base. Questo svilupperà innovazione e competitività dei prodotti basati su tecnologia americana e assicurerà la crescita dei posti di lavoro;
Rendere permanente il credito di imposta nella ricerca e sviluppo;
Estendere a tutto il paese la banda larga;
Sostenere le piccole imprese
Dare sgravi fiscali alle piccolo aziende e agli start up: saranno eliminate I capital gains su start up e piccole imprese per incoraggiare innovazione e creazione di posti di lavoro. Le piccole imprese beneficeranno di 500 dollari di credito di imposta per ogni nuova assunzione in america.
Creare una rete di incubatori nazionali per sostenere gli imprenditori e la creazione di posti di lavoro;
Lavoro
Sarà incentivata la sindacalizzazione, e sarà aumentato il salario minimo e indicizzato all’inflazione.
E inoltre, a beneficio delle famiglie:
Proteggere i padroni di casa contro le frodi legate ai mutui;
dare un credito del 10% sui mutui che darà un beneficio di 500 dollari a 10 milioni di proprietary, la maggior parte dei quail ha un reddito inferiore ai 50000 dollari;
difendere i proprietari dalle frodi sui mutui;
regolamentare il settore delle carte di credito per evitare che I consumatori siano oggetto di pratiche eccessivamente onerose;
modificare la legge sui fallimenti in modo da proteggere I lavoratori, eliminare I bonus per I manager che hanno fatto fallire e richiedere disclosure sui fondi pensione;
estendere i benefici a chi prende permessi per attività della famiglia;
sviluppare I programmi di orientamento per il dopo college;
migliorare il credito alle famiglie per spese mediche per I figli;
sviluppare il lavoro flessibile.



















