Quei pericolosi bei tempi antichi

23 Aprile 2009 di Luca Spoldi
Fra Tac
Categoria: Finanza |

La crisi in atto, nonostante tutti i tentativi di mantenere una calma apparente per il “nobile scopo” di evitare ulteriori rovinosi crolli dei listini, maggiori restrizioni del credito e una frenata ancora più brusca di quanto non sia già in atto dell’economia mondiale, ha messo in crisi molti dei protagonisti della finanza mondiale. Le banche anzitutto, costringendo gli investitori a chiedersi fino a che punto i “geni” del marketing finanziario fossero consapevoli delle bombe a orologeria che andavano creando con le proprie mani, salvo scaricarle rapidamente nei portafogli di clienti istituzionali e retail di tutto il mondo.

Ma anche, indubbiamente, analisti e previsori in genere, che ancora una volta hanno fatto una pessima figura con ripetute (ma tardive) ammissioni di colpe e manchevolezze, peraltro giunte da esponenti “istituzionali”  quali le varie banche centrali e autorità sovranazionale e non da singoli “guru” o uffici analisi di “brand” ben noti al grande pubblico (silenzio assordante che rende ancora più evidenti i conflitti d’interesse di ordine commerciale che esistono).

Sulle agenzie di rating sarebbe meglio stendere un velo pietoso, colpisce il fatto che questi signori abbiano ancora una qualche credibilità dopo che non sono stati in grado di prevedere per tempo, in questi ultimi anni, il default di Enron e Worldcom, le truffe di Cirio e Parmalat, il collasso dell’Argentina e che anche ora tendono a seguire e non anticipare il mercato nel valutare la ridotta affidabilità di molti paesi dell’Europa dell’Est.

Ma se tutti costoro in qualche modo hanno dovuto ammettere le proprie colpe e, si spera, dovranno trovare un nuovo modello organizzativo e nuove tecniche per svolgere con maggiore credibilità la propria missione, la stampa specializzata, specie quella italiana, sia “old” sia “new media”, ha preferito finora fare il pesce in barile. Continuando semmai a “sparare il mostro in prima pagina” e dunque a parlare con toni apocalittici o cortigiani (a seconda della singola testata e della relativa “linea politica”, pardon editoriale) della crisi in atto, ma guardandosi bene dal fare un serio esame di coscienza su quanta parte di questa crisi fosse prevedibile e quanta parte di essa non sia anche imputabile al modo di porre, o non porre, le notizie.

Chi si chiede il perché o non conosce il settore editoriale e le sue logiche di funzionamento economico o è in conflitto d’interesse (mente sapendo di mentire). In Italia come nel resto del mondo, sulla stampa come in televisione o su internet, non è tanto la diffusione ossia la vendita dei contenuti (o dell’accesso agli stessi) a far quadrare i conti dei gruppi editoriali, quanto la raccolta pubblicitaria. Una situazione consolidata ormai da decenni (i ricavi pubblicitari hanno sorpassato quelli diffusionali per la maggior parte delle testate ed emittenti almeno dagli inizi degli anni Novanta, mentre i maggiori siti d’informazione autonomi vivono tuttora in larga misura grazie alla pubblicità non agli abbonamenti), che solo una riorganizzazione del settore potrà invertire.

Ha favorito questo stato di “narcotizzazione” dell’informazione specializzata il risiko che si è visto in questi anni a livello mondiale, con l’emergere di pochi campioni mondiali: come sempre gli oligopoli tendono ad essere più opachi e a generare più facilmente comportamenti almeno parzialmente collusivi che non i mercati in concorrenza più o meno perfetta. Risultato: sulla crisi non solo gli italiani ma in generale gli investitori di tutto il mondo sono stati informati ex post, in modo parziale, con “letture” fortemente di parte a seconda che il singolo media fosse più o meno vicino al proprio governo. O a concessionarie pubblicitarie a loro volta più o meno vicine al governo o all’opposizione nei singoli paesi.

Che ora si parli di necessità di fare educazione, di maggiore trasparenza, di necessità di una più profonda consapevolezza dei rischi, magari auspicando “bucolici” ritorni ai “bei tempi antichi” in cui c’erano strumenti finanziari “più semplici” pare un ottimo metodo per evitare tutti, protagonisti e cronisti assieme, di dover fare ammenda. Meglio scaricare il conto sui risparmiatori e lettori no? In fondo finchè non se ne accorgeranno (ma per accorgere dovrebbero essere in grado di distinguere e per distinguere essere stati educati a farlo) il giocattolo, sia pure vistosamente ammaccato, potrebbe continuare a funzionare. Forse.

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